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Ancora Intel tra le nostre news, anche questa volta per un addio: attraverso la rivista Fortune veniamo a sapere che la casa di Santa Clara non supporterà più direttamente l’OpenStack Innovation Center, probabilmente il progetto Open Source più importante e avanzato attualmente in essere: “Intel has cut funding for an effort it launched two years ago with Rackspace to encourage the use of OpenStack software technology by big business customers that want more flexible and cheaper data center infrastructure”.

Questa mossa può essere letta su due livelli, a nostro parere. Il primo riguarda una comunione d’intenti tra Intel e altre due grosse aziende che hanno abbandonato l’OpenStack Innovation Center, cioè Cisco e Hewlett Packard. Questi tre colossi sembra si stiano muovendo per supportare direttamente altre grosse aziende occidentali (Amazon, Google, ecc), abbandonando di fatto realtà più piccole o orientali, in una strategia altamente corporativistica e chiusa all’introduzione di altri importanti player di settore. Attualmente, infatti, le aziende più interessate ad OpenStack sono prettamente quelle orientali, cinesi ed indiane in particolare, le quali potrebbero rompere gli attuali, delicati equilibri economici (Ad esempio abbracciando l’ISA ARM invece dell’ISA x86, o i sistemi di networking di Huawei invece di quelli di Cisco, o utilizzando i Server Lenovo invece di quelli HP).

L’OpenStack Innovation Center vede quindi attualmente tra i maggiori finanziatori Huawei, IBM, Lenovo, Red Hat, Fujitsu ed altre aziende che vogliono avere nuove opportunità di crescita, mangiando quote di mercato ai giganti statunitensi sopra menzionati.

Il secondo livello di lettura può essere visto quale la volontà da parte di Intel di tagliare il più possibile le spese in vista di trimestri molto difficili, non solo a causa del successo di Ryzen, ma anche della stagnazione delle vendite degli FPGA, del mancato successo nel mercato Mobile, e dell’aumento esponenziale del debito a lungo termine. Per supportare  OpenStack, fino ad oggi, Intel ha praticamente regalato milioni di dollari di materiale (CPU, Schede Madri, Licenze di Compilatori, ecc) alle aziende interessate, ma oggi questi omaggi sono un costo non più sostenibile. In questo contesto va inserita anche la decisione di mettere una parola fine all’Intel Developer Forum, il quale era sì una delle principali e più importanti conferenze mondiali di tema informatico, ma anche molto costosa da mantenere (Organizzarla costa diversi milioni di dollari ogni anno).

Va comunque ricordato che Intel non smetterà di supportare OpenStack in toto, in quanto continuerà a fornire supporto ai suoi utilizzatori.

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Intel, tramite uno stringato annuncio sul proprio sito, ci comunica che l’IDF, acronimo di Intel Developer Forum, ed immancabile appuntamento per gli appassionati di tecnologia da 20 anni a questa parte, non verrà più organizzato: “Intel has evolved its event portfolio and decided to retire the IDF program moving forward. Thank you for nearly 20 great years with the Intel Developer Forum! Intel has a number of resources available on intel.com, including a Resource and Design Center with documentation, software, and tools for designers, engineers, and developers. As always, our customers, partners, and developers should reach out to their Intel representative with questions”.

L’IDF nacque nel 1997 per essere una vetrina privilegiata attraverso cui pubblicizzare i nuovi prodotti e le tecnologie più innovative di Intel, ed al contempo per presentare prestigiose collaborazioni.  Ad esempio, all’IDF del ‘98 fu presentata l’uArch “Katmai” (Pentium III) in contemporanea al bus AGP 4x, mentre all’IDF del 2000 furono presentati alla stampa i primi dettagli sulle CPU Pentium 4 “Willamette” e sulle memorie RDRAM di Rambus.

Alla luce di ciò appare evidente come l’IDF, fin dalla sua nascita, sia stato pensato per catalizzare l’attenzione dei consumatori e dei giornalisti sui prodotti in arrivo di Intel, e per dimostrarne la forza: “Siamo talmente potenti ed efficienti che riusciamo ad organizzare un evento annuale del genere presentando i nostri soli prodotti!”. Ma ora che l’avanzamento tecnologico sembra aver subito una stasi o quasi, e che i prodotti "secondari" di Intel quali gli FPGA o le 3DXPoint faticano a prendere piede, qual è il ruolo dell’IDF?

Questa domanda devono essersela fatta anche i dirigenti di Intel, soprattutto dopo gli ultimi, scialbi IDF. L’ultimo, quello del 2016, ha visto quale avvenimento principale la presentazione della piattaforma Kaby Lake, cioè di Skylake Refresh. Un po’ poco, no?, per mantenere vivo un avvenimento tanto importante dal punto di vista dell’immagine.

A questo punto è lecito aspettarsi che Intel, abbandonata l’usuale cadenza annuale nel rilascio di nuove uArch, decida di spostarsi verso o l’organizzazione di avvenimenti organizzati ad hoc per il lancio di un prodotto o l’utilizzo di altre fiere (CeBIT, Computex, CES), come fanno le altre case del settore praticamente da sempre.

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Zhaoxin, joint venture tra Via Technology e Shanghai Municipal Government (Una controllata statale), ha stretto un'importante partnership per la produzione delle future CPU ZX-E con il nodo 16nm FinFET, come riporta Digitimes: “As for its next-generation ZX-E 8 series, Zhaoxin will work with Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC) using the foundry's 16nm process with mass production scheduled for 2018”.

Queste CPU dovrebbero essere commercializzate nel 2018, e sono la diretta evoluzione delle CPU ZX-D, attualmente in fase di produzione presso la Shanghai Huali Microelectronics (HLMC)  con il nodo 28nm LP. HLMC è la seconda fonderia pure play cinese in quanto ad importanza e fatturato, subito dietro SMIC.

Come abbiamo già avuto modo di riportare, VIA con queste nuove CPU sta preparando un ritorno in grande stile nel mercato x86, soprattutto grazie al supporto (Invero decisamente corposo!) del governo cinese, già utilizzatore della precedente famiglia di processori x86 ZX-C.

Grazie agli ingenti fondi statali cinesi, quindi, gli ingegneri di VIA, coadiuvati dai migliori ingegneri delle università del gigante asiatico, potrebbero aver effettivamente realizzato una uArch x86 molto competitiva per il mercato Server Cloud e ad Alta Densità, così come per il mercato PC di fascia media / medio-bassa: “Zhaoxin is committed to developing China's homegrown processors, which will require support from its manufacturing partners, Fu noted. The company is looking to cooperate with leading foundries such as TSMC, which provides advanced-node technologies for high-performance and low-power processors and other chip solutions, Fu said”. Cheng Fu è l’attuale presidente di Zhaoxin.

Non va poi dimenticato che per quasi un anno, se non due, queste CPU ZX-E saranno realizzate su un nodo equiparabile a quello sfruttato per produrre i diretti concorrenti, gli Intel Xeon-D!

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La lista delle aziende che vogliono almeno una parte della divisione semiconduttori di Toshiba, valutata attorno ai 13 miliardi di dollari, si sta allungando di giorno in giorno.

Facendo il punto della situazione, tra le aziende che con più probabilità potrebbero aggiudicarsi una percentuale di questa troviamo:

  • Silver Lake Partners LP, società d’investimenti privata, a cui si appoggiano anche Broadcom e Phison;
  • SK Hynix, che vorrebbe aumentare le proprie quote di mercato nel settore delle NAND Flash;
  • Western Digital, che vorrebbe proteggere le proprie tecnologie;
  • Foxconn, con la partnership di Apple, per migliorare la propria offerta.

Non vanno poi dimenticate le voci che vorrebbero anche TSMC interessata alla divisione semi di Toshiba, in quanto le porterebbe in casa le tecnologie per poter produrre le memorie di massa non volatili. Comunque non sembrano essere solo queste aziende interessate all’affare, in quanto secondo lee fonti giapponesi le offerte pervenute sarebbero almeno dieci.

Come già detto, Toshiba deve sbrigarsi a vendere la divisione semiconduttori, in quanto il buco in bilancio si fa più ampio ogni giorno che passa, ed il Governo giapponese non potrà certamente sobbarcarsi i sei miliardi di dollari di perdita attuali, sebbene si tratti di un’azienda strategicamente molto importante.

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La causa avviata da Apple nei confronti di Qualcomm, relativamente alle presunte pratiche commerciali scorrette di quest’ultima, si va ad inserire in quadro strategico molto più vasto, attraverso cui diversi enti e stati si stanno muovendo per impossessarsi a basso costo delle tecnologie del colosso statunitense.

Apple (Paragonabile in quanto fatturato ad uno stato industrializzato di medio-piccole dimensioni), Cina e Corea del Sud stanno cercando di poter sfruttare, pagando royalty ridicole, le tecnologie WiFi studiate da Qualcomm. La Cina per il momento è l’unica ad aver portato a casa i risultati sperati (Con grande gaudio di Huawei e delle altre aziende di casa), in quanto aveva minacciato di mettere al bando tutti i prodotti di Qualcomm. Quest’ultima, come è facile comprendere, si è trovata costretta ad accettare il diktat.

Non deve stupire, quindi, che anche Apple si sia unita alla partita, dopo aver scelto di utilizzare i Modem LTE di Intel in alcuni modelli di iPhone 7 e 7S per risparmiare qualche dollaro per ogni pezzo venduto (Gli iPhone 8 saranno equipaggiati al 100% con Modem Intel). Non avendo ora più bisogno di Qualcomm, e volendo in un prossimo futuro utilizzare un Modem LTE home made, appare commercialmente logico (Anche se moralmente poco etico) intentare causa per pratiche scorrette nei confronti dell’ex-alleato.

Qualcomm, comunque, non ci sta (Al pari di Imagination Technologies nel campo delle GPU), e decide di partire al contrattacco, come riporta il comunicato stampa ufficiale: “Qualcomm Incorporated (NASDAQ: QCOM) ha risposto oggi con una controquerela alla denuncia di Apple dello scorso gennaio depositata presso il tribunale distrettuale del Southern District della California. La querela di Qualcomm descrive nel dettaglio il valore delle tecnologie che Qualcomm ha sviluppato, offerto e condiviso con l’azienda attraverso uno specifico programma di licenza, così come il fallimento di Apple a impegnarsi in negoziati con Qualcomm per ottenere la licenza di brevetti standard ed essenziali in ambito 3G e 4G a condizioni eque, ragionevoli e non discriminatorie".

Qualcomm, tra le tante controaccuse, afferma che Apple avrebbe deliberatamente nascosto ai consumatori le superiori capacità dei propri Modem, di fatto mettendoli sullo stesso piano con quelli della concorrenza: come si può osservare, effettivamente i Modem Intel sono ben inferiori a quelli Qualcomm.

A questo punto non ci resta che aspettare la sentenza di queste due cause pendenti, al fine di analizzare il futuro di Qualcomm. Se Apple dovesse vincere, si aprirebbe un pericoloso precedente, in quanto anche case minori potrebbero richiedere le tecnologie di Qualcomm a prezzi di saldo, ed a quel punto gli utili di quest'ultima potrebbero crollare.

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Brutto colpo per Qualcomm, condannata a risarcire BlackBerry per 814 mln di dollari (Più rimborso delle spese legali ed interessi arretrati): la Corte di San Diego ha constatato che le royalty chieste da Qualcomm per i propri brevetti erano troppo elevate.

Questa sentenza giunge quasi in contemporanea all’avvio della campagna legale lanciata da Apple per il medesimo motivo, e sempre presso la Corte di San Diego. La sentenza che vede protagoniste BlackBerry e Qualcomm potrebbe diventare quindi un pericoloso precedente per quest’ultima, e non è un caso che sia subito partita al contrattacco.

Nel caso dovesse vincere Apple, infatti, Qualcomm dovrebbe sborsare ben più di 814 mln di dollari, tanto che si potrebbe arrivare a sfiorare i 10 mld di dollari.

Nel mentre, le azioni di BalckBerry sono aumentate vistosamente dopo la sentenza, passando da circa 7.70 dollari a circa 9 dollari. Gli oltre 800 mln di dollari in arrivo sono una boccata d’ossigeno per l’azienda statunitense, la quale l’anno passato ha chiuso con un negativo di 1,2 mld di dollari, e con appena 734 mln di dollari in cassa.

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Secondo quanto riporta la testata asiatica Taipei Times, anche Phison starebbe pensando di accaparrarsi almeno un pezzo della divisione semiconduttori di Toshiba, dopo che questa si è trovata costretta a cercarne un acquirente a causa di politiche economiche un po’ troppo libertine.

Ad interessare in particolare Phison – azienda leader nella progettazione dei CTRL NAND – è la divisione che si occupa di progettare gli SSD ed i CTRL NAND, cioè OCZ (Questa acquisita per due spiccioli da Toshiba nel 2013). In questo modo Phison andrebbe a rafforzare notevolmente la propria posizione, ed al contempo potrebbe ampliare il proprio portfolio brevetti, potendo offrire prodotti completi ad eventuali OEM (Turnkey Strategy). L’offerta di Phison è pari a circa 850 mln di dollari, all'interno di una cordata per acquisire tutta la divisione semiconduttori di Toshiba.

Nel mentre per le fonderie che si occupano di produrre le NAND Flash, e per tutti i brevetti a queste associate (Ricordiamo che è Toshiba ad aver inventato le memorie NAND!), sembrano in lizza – secondo diverse voci di corridoio – molte importanti compagnie: Apple, Micron Technology, SK Hynix, Seagate, TSMC e Western Digitial. Toshiba per l’intera propria divisione semiconduttori chiede circa 8,8 mld di dollari … riuscirà a trovare qualcuno che abbia voglia di sganciare una simile cifra? Oppure, come degli avvoltoi, queste aziende aspetteranno che Toshiba si ritrovi con l’acqua alla gola, per poi acquisire la divisione semiconduttori ad una cifra ridicola?

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Secondo quanto riporta la società di analisi DRAMeXchange, divisione di TrendForce, il prezzo delle memorie DRAM sarà destinato a crescere nuovamente nell’arco dei prossimi tre mesi.

Principale causa di questo nuovo aumento dei prezzi sarà il posticipo dell’entrata in servizio dei nuovi nodi produttivi inferiori ai 20nm (Presso Samsung e Micron), come avevamo già riportato mesi addietro, anche a causa di rese produttive inferiori alle aspettative: “The high defect rate from the 18nm process has hindered the supplier’s shipments. […] Micron has also started sending its 17nm PC DRAM products to clients for sampling since the first quarter, but the entire process is taking much longer time than expected. Micron is likely going to delay mass production for its 17nm process beyond this second quarter”.

Se Samsung e Micron finalmente pensano di aggiornare alcuni impianti ai nodi sub-20nm, SK Hynix continuerà invece a seguire la politica attuale con la produzione a 20nm, al fine di massimizzare i profitti: “Among the big three suppliers, SK Hynix is only one that is not transitioning to a more advanced manufacturing technology for its PC DRAM and is not shown to have problems in delivering its products. Wu pointed out that Samsung’s and Micron’s predicaments reveal that design and manufacturing barriers become a lot higher when it comes to migrating to under-20nm production. At the same time, such migration efforts result in diminishing returns in the form of shrinking bit growth. Significant improvement in the market supply situation therefore is expected to come much later”.

Unendo questi fatti all’aumento della domanda dei mercati Mobile e Server, è probabile che il prezzo delle DRAM possa aumentare nel breve periodo tra il 10% ed il 15%, portando i prezzi dei moduli DDR4 - già ora elevatissimi - verso nuove vette.

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Il mercato Enterprise non è limitato alla lotta tra ISA x86 e ARM, come in molti potrebbero pensare, in quanto vi sono ancora ISA che possono dire la loro, se adeguatamente supportate, come ad esempio Power e SPARC.

Sebbene queste ultime due ISA siano quasi di nicchia, i rispettivi proprietari – IBM e Fujitsu/Oracle – stanno cercando non solo di farle sopravvivere, ma anche di aumentarne le quote di mercato. Da una parte IBM ha avviato il consorzio OpenPower, invero con un’eccellente accoglienza (Anche NVIDIA ne fa parte), dall’altro Fujitsu ed Oracle stanno cercando di migliorare la posizione della microarchiettura SPARC in quei settori in cui un tempo Intel voleva imporre le CPU Itanium (Ormai dei morti che camminano), cioè i server Mission-Critical. Parte delle tecnologie integrate nella nuova CPU vanno proprio in questa direzione: “These technologies provide superior performance for enterprise workloads such as online transaction processing (OLTP), enterprise resource planning (ERP), business intelligence and data warehousing (BIDW), supply chain management (SCM), and customer relationship management (CRM)”. Non dimentichiamo, inoltre, che Oracle non intende più supportare Itanium, e per questo è finita in tribunale con HP.

Con le nuove CPU SPARC64 M12-2, Fujitsu ed Oracle puntano l’All-In in questa nicchia di mercato (Piccola … ma molto remunerativa quella dei server Mission-Critical!): si tratta di un processore integrante 12 core SMT a 8 vie, operanti a più di 4 GHz (4.25 GHz per la precisione),  dotati di un totale di 32MB ci Cache L3. Il tutto è realizzato sul nodo da 20nm di TSMC appositamente modificato per Fujitsu ed Oracle (Si tratta a tutti gli effetti, ora, di un nodo High Performance).

Oracle ha già a listino i server dotati delle nuove CPU, in configurazioni che partono da 2 Socket, fino ad arrivare a dei veri e propri mostri da 32 Socket (384 Core per 3072 Thread!). La nuova uArch, infatti, è stata concepita per essere composta in blocchi (Da 1 a 16) grazie ad un bus di interconnessione ad alta velocità e bassa latenza, così da garantire un aumento lineare delle prestazioni (Solitamente all’aumentare dei Socket vi è un discreto degrado prestazionale a causa delle latenze). Il sistema operativo designato per sfruttare al massimo questa CPU, manco a dirlo, è Solaris di Oracle nella sua ultima incarnazione, l'undicesima.

In ultimo, poiché questo è un prodotto dedicato ad istituti importanti e quindi, detto terra-terra, pieni di soldi, è stato curato maniacalmente anche il comparto dissipazione, attraverso l’utilizzo di un sistema ibrido aria-liquido, il quale permette anche di contenere le dimensioni dei server: “New Vapor and Liquid Loop Cooling (VLLC) technology for innovative and compact system design […] Dramatic reduction in space and completely self - contained, requiring no maintenance”.

I prezzi partono da 1.189 Dollari, mentre a questa pagina potrete farvi un’idea dei costi di una piattaforma completa.

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Il mercato PC è in lento declino da diversi anni, a causa soprattutto dell’uso sempre più ampio che gli utenti fanno di Smartphone e Tablet quando si devono sfruttare quelle applicazioni ormai considerate essenziali (Messaggistica, email, social network). Gli unici sotto-settori del mercato PC in crescita, o comunque non in contrazione, sono quelli delle Workstation e dei PC da gioco.

Le ultime ricerche pubblicate da IDC e da Gartner, relative allo stato di salute del mercato PC nel primo trimestre del 2017, ci informato però che una terza tipologia di PC gode di una discreta salute. Stiamo parlando dei Chromebook.

Incrociando i dati di queste due analisi di mercato, infatti, veniamo a scoprire qualcosa di particolarmente interessante. Prima di tutto bisogna fare una premessa: IDC calcola nel computo dei PC venduti anche i Chromebook basati su SO Google Chrome, mentre Gartner solo i PC basati su SO Windows e GNU/Linux. Nella ricerca Gartner leggiamo: “Data includes desk-based PCs, notebook PCs and ultramobile premiums (such as Microsoft Surface), but not Chromebooks or iPads”.

Analizzando così i dati di vendita, e considerando anche un certo margine d’errore, veniamo a scoprire che i PC venduti negli Strati Uniti basati su SO Chromebook sono poco più di un milione nel 1Q17, circa l’8% del totale. Si tratta di un market share molto vicino a quello detenuto da Apple (Pari a circa il 10%).

Questo trend sembra essere in decisa crescita, soprattutto negli USA, grazie in particolare al supporto delle organizzazioni scolastiche, le quali vedono nei Chromebook un perfetto strumento per la didattica e per la produttività personale: costano poco, hanno una dotazione software decente per la realizzazione di testi e grafici, hanno un ridotto supporto a software considerati di svago e, fattore non meno importante, sono di facile manutenzione.

Google, non è un caso, sta spingendo particolarmente sul comparto educativo statunitense, offrendo soluzioni scontate e supportate ad hoc, come è possibile osservare da questa pagina.

Come risponderà Microsoft a questo deciso attacco di Google ad uno dei mercati che potremmo definire riserva naturale di caccia di Redmond da almeno metà degli anni ‘90?

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La Corte di Giustizia cinese ha condannato Samsung a pagare circa 12 mln di dollari, a causa di alcuni brevetti di Huawei sfruttati impunemente nei propri terminali Mobile.

Questi brevetti, neanche a dirlo, sono relativi ad alcuni aspetti che molti (Posso mettermici anche io? NdA) potrebbero definire ridicoli: disposizione delle icone sul desktop, disposizione delle opzioni nella User Interface e via discorrendo.

Questa causa, comunque, si va ad inserire in un contesto più ampio, in cui sono le stesse Cina e Corea del Sud a contrapporsi: da una parte Huawei lo scorso maggio ha citato Samsung per aver sfruttato alcuni brevetti riguardo il 4G, dall’altra Samsung in giugno ha citato Huawei per alcuni brevetti sfruttati senza pagarne le royalty nei terminali Honor e Mate 8. Senza poi dimenticare la “guerra” portata avanti in contemporanea dalle due nazioni (Cina e Corea del Sud) contro Qualcomm per impossessarsi di alcune tecnologie relative ai modem LTE.

Cina e Corea del Sud, sfruttando i rispettivi Uffici Brevetti nazionali, stanno portando avanti una battaglia al fine di impossessarsi del maggior numero di tecnologie, ed è naturale che le aziende - In questo caso le più importanti in ambito IT - dei rispettivi paesi fungano da pedine in questa importante strategia: chi controlla e controllerà le tecnologie, implicitamente potrà controllarne il mercato di riferimento (Basti vedere il bello e cattivo tempo che fanno SK Hynix e Samsung nei mercati NAND Flash e DRAM). Ma non si tratta solo del mercato Mobile consumer, in quanto sia Samsung sia Huawei operano anche nel settore delle telecomunicazioni (Recentemente Huawei ha superato Cisco, divenendo leader di questo mercato!).

Questa situazione, in ultimo, dovrebbe far riflettere coloro che vorrebbero uscire dall’Unione Europea, convinti che un’Italia indipendente potrebbe operare meglio sul mercato: vi immaginate dei colossi del genere (Che fatturano quanto intere regioni del nord) fare causa ad un’azienda italiana per espropriarla delle sue tecnologie? Sarebbe la sola Italia in grado di aiutare le proprie aziende in questa lotta? La domanda, ovviamente, è retorica.

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